un po di storia

Svelati gli ultimi segreti della Pietra di Palermo

Uno dei più importanti documenti storici dell'antico Egitto si trova curiosamente nel capoluogo siciliano, da quando, nel 1877, l'avvocato e collezionista d'arte Ferdinando Gaudiano donò all'allora Regio Museo Archeologico una lastra di basalto interamente ricoperta da geroglifici. Oggi, la cosiddetta "Pietra di Palermo" è uno dei reperti principali del Museo archeologico regionale "Antonio Salinas" e continua a fornire preziose informazioni su una delle più remote fasi della civiltà faraonica.

Il Salinas è un museo molto variegato", spiega la sua direttrice, Caterina Greco, "che nasce in un panorama culturale nuovo che vede nel museo il centro propulsore della cultura e della ricerca archeologica, nonché l'istituzione che ha lo scopo di raccontare al pubblico la storia del Mediterraneo".

La Pietra di Palermo (circa 43 cm di altezza x 25 di larghezza x 6,5 cm di spessore) è il più antico esempio conosciuto di "annale regale" e reca iscritti su entrambi i lati - unico caso nel suo genere - i nomi dei faraoni delle prime cinque dinastie (dal 3200 al 2350 a.C. circa), i principali eventi storici accaduti durante i relativi anni di regno e i livelli raggiunti dalle piene del Nilo.

Questo frammento faceva parte di un'iscrizione più grande, a cui sembrerebbero appartenere altri 6 pezzi, di cui 5 attualmente conservati presso il Museo Egizio del Cairo e uno al Petrie Museum di Londra. La porzione "siciliana" è sicuramente la più grande e meglio conservata e sulla sua lettura si basa la stragrande maggioranza delle informazioni storiche, solo in alcuni casi confermate anche da scoperte archeologiche, su oltre 700 anni che coprono il Periodo Protodinastico e buona parte dell'Antico Regno.Inserisci qui il tuo testo...

L'eccezionale valenza storica del documento ha attratto, nel corso dei decenni, l'attenzione di diversi studiosi che, tuttavia, hanno dovuto fare i conti con lo stato di conservazione non ottimale della Pietra - in particolare della parte posteriore o 'verso' - e con la mancanza di informazioni sulle origini del reperto. Tra tutti i 7 frammenti, infatti, solo uno, oggi al Cairo, è stato ritrovato in un contesto archeologico (a Mit Rahina, l'antica Menfi), mentre gli altri provengono dal mercato antiquario.

Un recente studio, tuttavia, ne sta svelando gli ultimi segreti grazie all'utilizzo delle nuove tecnologie. A partire dallo scorso settembre 2018, un'equipe diretta dall'egittologo Massimiliano Nuzzolo (Università Carlo IV di Praga) ha iniziato un lavoro di riconsiderazione globale di tutti i frammenti dell'annale regale, e in particolar modo della Pietra di Palermo, nell'ambito di un progetto di ricerca sul culto solare e l'ideologia regale nell'antico Egitto finanziato dalla Czech Science Foundation.

L'obiettivo primario della ricerca è stato la rilettura del testo geroglifico iscritto su tutti i frammenti tramite la nuova tecnica di analisi fotografica digitale chiamata "Reflectance Transformation Imaginig" (RTI), da poco applicata con ottimi risultati anche per lo studio dei papiri carbonizzati di Ercolano.

La tecnologia RTI consiste nello scattare un elevato numero di fotografie ad altissima risoluzione di uno stesso oggetto senza variare la posizione della fotocamera, ma modificando la fonte di luce e le sue angolature. In questo modo, un software è in grado di ricomporre virtualmente l'oggetto investigato rendendolo di gran lunga più leggibile e mostrando dettagli invisibili ad occhio nudo grazie al movimento delle diverse fonti di luce. "Nel nostro caso" spiega Massimiliano Nuzzolo, "la nuova tecnologia ci ha permesso finalmente di vedere tutte le iscrizioni geroglifiche riportate su di essa, e particolarmente sul Verso, svelando gli ultimi segreti legati a quella parti dell'iscrizione che prima non erano del tutto visibili e comprensibili."

Per altre aree più danneggiate della pietra, invece, per cui nemmeno la RTI è stata sufficiente a chiarire dettagli del testo geroglifico, gli egittologi del team hanno utilizzato un microscopio digitale (Dino-Lite USB).

"Quest'ultima tecnologia" spiegano Kathryn Piquette e Mohamed Osman, i due studiosi che insieme a Nuzzolo hanno eseguito le indagini sulla Pietra di Palermo, "combinata con la tradizionale fotogrammetria e con le indagini al microscopio, ci ha permesso di studiare come mai prima era stato fatto le caratteristiche materiali del manufatto, quali la sua composizione chimica o la tecnologia utilizzata per incidere i segni geroglifici su di esso, oltre a fornirci una casistica straordinaria per lo studio della paleografia delle iscrizioni, elemento principale per dirimere la questione più importante relativa alla Pietra di Palermo, la sua datazione".

A differenza di quasi tutte le iscrizioni monumentali che si trovano nella terra del Nilo, la Pietra di Palermo è infatti iscritta con geroglifici di dimensioni molto ridotte, nell'ordine di uno o due centimetri di grandezza, qualche volta anche meno. "Questo fa assomigliare la Pietra di Palermo" aggiunge Nuzzolo, "più a un testo papiraceo che a un'iscrizione monumentale su pietra e pone non pochi problemi di identificazione della mano dello scriba (paleografia, ndr.), o degli scribi, che l'hanno prodotta".

La ricerca ha portato a numerose novità: fra le più interessanti, c'è sicuramente la menzione di spedizioni commerciali, finora sconosciute, effettuate durante il regno di Sahura, secondo faraone della V dinastia (2450 a.C. circa).

"Accanto alle già note spedizioni verso la terra di Punt" spiega sempre Massimiliano Nuzzolo, "siamo adesso in grado di leggere anche la menzione di viaggi effettuati verso est, alla ricerca di una specifica qualità di rame utilizzata per fabbricare oggetti di culto (statue) del sovrano". Queste campagne erano rivolte a una zona desertica, probabilmente compresa tra Sinai (Egitto), Giordania e Israele, dove, in un'epoca posteriore, si svilupperà il noto sito metallurgico dello Wadi Feynan, tra i più importanti per il rame di tutto il Vicino Oriente.

Ma le nuove ricerche sulla Pietra di Palermo hanno fornito altri importanti dati inediti, come la citazione dei "Campi di Ra", un tempio, ancora non scoperto dagli archeologi, che Sahura dedicò al dio sole Ra, o la riprova dell'esistenza di almeno due forme di datazione degli anni. Finora, infatti, si credeva che l'unica forma di datazione adottata dagli Egizi, fra l'altro riportata più volte dalla Pietra stessa, fosse quella della conta del bestiame, una specie di censimento che si ripeteva a cadenza biennale nell'intero paese. Adesso sappiamo invece che, in casi eccezionali, gli anni potevano essere datati anche sulla base di eventi che erano quindi percepiti come particolarmente significativi, come ad esempio una spedizione commerciale per l'approvvigionamento del turchese, materiale ampiamente utilizzato dagli Egizi sia per la fabbricazione di amuleti, gioielli e altri oggetti di lusso, sia nelle pratiche medico-magiche.

Infine, va sicuramente riportata una conferma: gli Egizi, alla fine del IV millennio a.C., praticavano sacrifici umani o, più probabilmente, come sembra evincersi dal testo della Pietra di Palermo, sacrifici rituali su statue o altri simulacri che dovevano agire da sostituti delle vittime vere e proprie che, invece, sono attestate nelle sepolture di alcuni sovrani della I dinastia.

Insomma, le nuove ricerche effettuate sulla Pietra di Palermo stanno riaprendo un capitolo della storia più remota della civiltà dei faraoni su cui resta ancora molto da scoprire. Aspettiamo quindi la pubblicazione dei risultati dello studio di tutti i frammenti per conoscere ulteriori novità su questo antichissimo documento.   di Mattia Mancini


Quando negli anni '80 la marina militare italiana riuscì a fare l'impossibile

PREMESSA IMPORTANTE: questa è Storia, non opinioni. Ho raccontato e raccolto testimonianze di fatti accaduti quarant'anni fa di cui oggi ricorre l'anniversario. Chiunque desideri fare parallelismi o "interpretarlo" lo fa di sua iniziativa, non mia.

30 aprile 1975

Saigon cade, e assieme a lei tutto il Vietnam del sud. I comunisti si scatenano in un vortice di vendette verso militari e civili, instaurando un regime totalitario. Al loro arrivo un milione di persone viene prelevato per essere "rieducato"; sono sacerdoti, bonzi, religiosi, politici regionali, intellettuali, artisti, scrittori, studenti. A ogni angolo di strada spuntano "tribunali del popolo" in cui gli accusati non hanno diritto alla difesa, e a cui seguono esecuzioni sommarie.

A migliaia vengono tolte case, beni, proprietà e vengono gettati nelle paludi, dette "Nuove Zone Economiche", dove avrebbero dovuto creare fattorie e coltivazioni dal nulla. In realtà, li mandano a morire di fame. L'intero Vietnam del sud diventa un grande gulag, dove accadono orrori simili a quelli della Kolyma di Stalin.

Nel 1979, la popolazione cerca di scappare.

Non possono farlo via terra, perché i paesi confinanti li respingono; l'unica opzione per intere famiglie consiste nel prendere barconi improvvisati e gettarsi in mare, lontano dai fucili e dai tribunali del popolo. Le immagini di questi disperati fanno il giro del mondo e dividono l'opinione pubblica mondiale, ancora divisa per ideologie pre-muro di Berlino. Il comunismo non può essere contestato né fare errori, sono "menzogne raccontate dai media che ingigantiscono la faccenda per strumentalizzarla".

Mentre l'occidente blatera, i rifugiati sui barconi scoprono di non poter sbarcare da nessuna parte. Vengono ribattezzati "boat people", disperati con a disposizione due cucchiai d'acqua e due di riso secco al giorno che raccolgono l'acqua piovana coi teli di plastica e sono in balia di tempeste e crudeltà. Il governo della Malesia li rimorchia a terra per spennarli di tutti i loro averi, poi li rimette sulle barche dicendogli che stanno arrivando degli aiuti e li rimorchia in alto mare, dove taglia le funi e li abbandona a morire.

A volte le tempeste tropicali li affondano, altre volte pescatori armati saltano a bordo e uccidono e stuprano finché sono stanchi, poi li abbandonano lì. A bordo c'è così tanta puzza da far svenire, e la fame è tale che ci sono episodi di cannibalismo. Navi occidentali si affiancano e gettano qualcosa da mangiare per fotografarli, poi se ne vanno.

Intanto, l'Italia è un mondo diverso

Sono anni difficilissimi tra inflazione alle stelle, bombe e attentati, ma il neonato benessere è ancora troppo recente per far dimenticare agli italiani il loro passato di povertà, ruralità ed emigrazione. Quando le immagini dei boat people vengono rese pubbliche da Tiziano Terzani il 15 giugno 1979, invece di aggiungersi al dibattito globale di opinionisti e intellettuali impegnati a decidere se salvare dei profughi di un regime comunista sia un messaggio capitalista o no, Pertini capisce che ogni minuto conta, chiama Andreotti e dà ordine di recuperarli e portarli in Italia.

Andreotti è presidente del Consiglio, ma è stato prima ministro della difesa. Quella che riceve è una richiesta folle, perché l'Italia non ha mai fatto missioni simili né per obiettivo né per distanza. Ora però il ministro della difesa è Ruffini, e dice che in teoria è fattibile. Insieme scelgono come braccio destro Giuseppe Zaberletti, uno che aveva già dimostrato un'estrema capacità organizzativa in situazioni di crisi, e si mettono a studiare il da farsi. Non sanno quanti sono, né in che zona precisa; sono fotografie sfocate in mezzo al nulla.

Se il primo problema è il dove, subito dopo vengono tempo e lingua.

Il mondo del 1979 non parla inglese, figurarsi il vietnamita. Anche gli interpreti scarseggiano e non c'è tempo di trovarli, però c'è la Chiesa. Andreotti domanda al Vaticano se ha a immediata disposizione preti vietnamiti e gli arrivano padre Domenico Vu-Van-Thien e padre Filippo Tran-Van-Hoai. Per un terzo interprete, i Carabinieri piombano all'università di Trieste, scorrono i registri e reclutano sul posto uno studente, Domenico Nguyen-Hun-Phuoc. A quel punto, Ruffini può alzare il telefono.

Tolone, Francia 27 giugno 1979

L'incrociatore Vittorio Veneto dell'ottavo gruppo navale è alla fonda a Tolone, in Francia, dopo aver finito la stagione. L'equipaggio di 500 uomini non vede l'ora di sbarcare per abbracciare le proprie famiglie, quando nelle mani del comandante Franco Mariotti arriva un cablogramma urgentissimo dall'ammiraglio di Divisione Sergio Agostinelli, a bordo dell'Andrea Doria. Ordina di tenere a bordo solo il personale addetto alle armi, poi di riadattare l'assetto della nave e salpare alla volta di La Spezia per riunirsi all'Andrea Doria per una missione di recupero. Quando capiscono di cosa si tratta, gli equipaggi si esaltano.

Mariotti lascia a terra 350 uomini, che invece chiedono di restare a bordo per aiutare. Predispone 300 posti letto per donne e bambini su letti a castello nell'hangar a poppa, e 120 posti per gli uomini a prua. L'alloggio sottufficiali diventa un'estensione dell'infermeria, e sotto il ponte di volo viene adibita la zona d'aria. Servono almeno dieci bagni in più, ma ce la fa. Impiega cinque giorni a cambiare l'assetto, e solo al quarto giorno, prima di partire, ordina agli uomini di scendere a salutare le famiglie.

Arrivano a La Spezia il 4 luglio, dove vengono caricati e istruiti medici, infermieri, interpreti, medicinali e vestiti. Il giorno dopo salpano alle 10 diretti verso il sud di Creta, dove si riuniscono con la nave logistica Stromboli, comandata dall'ammiraglio Sergio Agostinelli; in totale ci sono 450 posti letto sulla Vittorio Veneto, 270 sulla Doria e 112 sulla Stromboli.

È un viaggio orrendo, nella stagione peggiore. Oltre al caldo mostruoso del mar Rosso, i monsoni dell'oceano Indiano portano il vento a forza 7. Onde lunghe e gigantesche che mettono a dura prova i 73,000 cavalli vapore degli incrociatori. Dopo 10 giorni di navigazione ininterrotta, il 18 luglio ormeggiano a Singapore e caricano le provviste supplementari, così da dare il tempo all'intelligence di fare "ricognizione informativa" e di improntare un piano.

In quattro giorni parlano con l'ambasciatore della Malesia, con l'addetto della marina militare inglese, i portavoce di World Vision International e definiscono le zone da pattugliare. Le direttrici di fuga sono cinque: due verso Thailandia e Hong Kong, di scarso interesse perché passano per acque territoriali. Le altre tre sono di preminente interesse, cioè dall'estremo sud del Vietnam verso la Thailandia (costa occidentale del golfo del Siam), verso Malesia e isole Anambas dell'Indonesia. Le ultime due sono le più probabili perché sono vicine alla piattaforma petrolifera della Esso, che per chi mastica poco il mare è l'unico polo di attrazione.

Diventa la zona operazioni. Ma devono fare 12,000 chilometri senza scalo.

La navigazione più lunga mai fatta dalla Marina militare italiana.

Alle 10 del 25 luglio salpano alla volta del mar cinese meridionale e golfo del Siam. Durante la notte, va e viene un eco radar. Il giorno dopo il mare è a forza 4 (esempio), e il ponte viene spazzato da raffiche di vento e acqua. Alle 8.15, con un coraggio notevole, l'Agusta Bell 212 si alza in volo per investigare le coordinate e localizza la prima barca alla deriva. È un catorcio di 25 metri carico fino all'inverosimile che sta colando a picco davanti alla piattaforma della Esso.

L'Andrea Doria dà l'avanti tutta e arriva a prenderli alle 9.20, carica su un gommone interprete, medici, scorta e glielo manda incontro in mezzo alla burrasca che monta, raccomandandosi di rispettare norme di prevenzione e contagio. Il gommone si affianca e gli interpreti recitano un testo che hanno imparato a memoria.

Un'onda allontana il gommone, e una donna vietnamita, convinta che gli italiani li stiano abbandonando come tutti, gli lancia il proprio figlio a bordo. I marinai erano italiani del 1979, un mondo in cui non esistevano i social e queste scene non erano già state raccontate. A quella vista, impazziscono. Tutte le procedure per evitare contagi vengono infrante, e dallo scafo tirano fuori 66 uomini, 39 donne e 23 bambini.

«Le navi vicine a voi sono della Marina Militare Italiana e sono venute per aiutarvi. Se volete potete imbarcarvi sulle navi italiane come rifugiati politici ed essere trasportati in Italia. Attenzione, le navi ci porteranno in Italia, ma non possono portarvi in altre nazioni e non possono rimorchiare le vostre barche. Se non volete imbarcarvi sulle navi italiane potete ricevere subito cibo, acqua e assistenza medica. Dite cosa volete e di cosa avete bisogno» Teodoro Porcelli, all'epoca marinaio di vent'anni, è sul barcarizzo di dritta quando riconsegna il figlio alla madre. Lei per tutta risposta gli accarezza i capelli e si mette a piangere, poi portano insieme il bambino dal dottore.

Sono i primi di tanti altri che arriveranno nei giorni successivi.

A bordo degli incrociatori, gli uomini sgobbano come animali. Infermerie, lavanderie, forni e cucine lavorano senza sosta, coi panettieri che danno il turno e i cuochi che devono allestire 1000 pasti al giorno, di cui una doppia razione per i macchinisti che sono ridotti a pelle e ossa per a far andare le quattro caldaie Ansaldo-Foster Wheeler contro le onde, il tutto con temperature tropicali e navi tutt'altro che adatte. Medici e marinai devono stare attenti a 125 bambini che una volta nutriti corrono dovunque, ma ovviamente prediligono il ponte di volo.

Il 31 luglio a bordo dell'Andrea Doria nasce un bambino che la madre battezza col nome di Andrea. Marsicano lo avvolge con un vestitino di seta che doveva regalare a sua figlia. I vietnamiti più in salute vogliono essere d'aiuto e fare qualcosa, così vengono messi a fare i lavori del mozzo secondo il vecchio e famosissimo proverbio della Marina.

Il 1 agosto a bordo delle navi non c'è più spazio fisico; hanno navigato per 2640 miglia, esplorato 250,000 kmq di oceano e salvato 907 anime. L'ammiraglio dà ordine di tornare a casa, e il 21 agosto 1979 i tre incrociatori entrano in bacino San Marco.

Ad accoglierli c'è un oceano di gente, oltre a chi ha pianificato l'operazione fin dall'inizio: Andreotti, Ruffini, Zamberletti e Cossiga, che in seguito alla crisi di governo ha sostituito Andreotti. A bordo ci sono malattie anche tropicali e uomini malmessi, così a qualcuno viene in mente che Venezia, riguardo a importazioni di merci e uomini, qualcosina ne sa. Così, proprio come faceva la Serenissima novecento anni prima, i vietnamiti vengono messi in quarantena nel Lazzaretto vecchio e in quello nuovo. Quelli che non ci stanno vengono spediti in Friuli.

Sono entrati così in simbiosi con l'equipaggio che a parte pianti, abbracci, baci e giuramenti, alcuni si rifiutano di scendere dalla nave chiedendo se possono arruolarsi. Alla fine ci sarà uno scambio di dichiarazioni tra vietnamiti ed equipaggio: «Ammiraglio, comandante, ufficiali, sottufficiali e marinai; grazie per averci salvati! Grazie a tutti coloro che con spirito cristiano si sono sacrificati per noi notte e giorno. Voi italiani avete un cuore molto buono; nessuno ci ha mai trattato così bene. Eravamo morti e per la vostra bontà siamo tornati a vivere. Questa mattina quando dal ponte di volo guardavamo le coste italiane una dolce brezza ci ha accarezzato il viso in segno di saluto e riempito di gioia il nostro cuore. Siete diversi dagli altri popoli; per voi esiste un prossimo che soffre e per questa causa vi siete sacrificati. Grazie.»

L'ammiraglio risponde da parac... da italiano:

«Noi siamo dei militari; ci è stata affidata una missione e abbiamo cercato di eseguirla nel modo migliore. Siamo felici d'aver salvato voi e così tanti bambini e di portarvi nel nostro paese. L'Italia è una bella terra anche se gli italiani, a volte, hanno uno spirito irrequieto. Marco Polo andò con pochi uomini alla scoperta dell'Asia; voi venite in tanti nel nostro piccolo mondo. Sappiate conservare la libertà che avete ricevuto.»

Vengono creati campi d'accoglienza a Chioggia, Cesenatico e Asolo.

Il popolo italiano si mobilita in massa; vengono raccolti 26.500.000 di lire tramite raccolta di abiti usati e altrettanto arriva tramite donazioni private. Arrivano offerte di lavoro e di abitazione, una famiglia si offre di costruire una casa alle famiglie, una ditta si offre di arredarla. Una scolaresca raccoglie i soldi per comprare un motorino e una macchina da cucire, i dipendenti della Banca Antoniana si tassano lo stipendio fino all'agosto del 1980, versando ogni mese i loro risparmi nel conto corrente della Caritas. I commercianti padovani inviano generi alimentari, molti ospitano i rifugiati nelle loro case ad Arsego, San Giorgio delle Pertiche, Fratte e Zugliano.

Ruffini, ricordando la storia, dirà che "potevo considerarmi soddisfatto della mia intera esperienza politica per il solo fatto di aver potuto contribuire alla salvezza di quei fratelli asiatici". I vietnamiti si integrano alla perfezione, diventano italiani o disperdendosi per l'Italia arrivando oggi alla terza generazione. Parecchi marinai prenderanno la medaglia di bronzo.

Quarant'anni dopo, i marinai e i profughi hanno aperto un gruppo Facebook per ritrovarsi. State attenti ad aprirlo se avete la lacrima facile.   di Nicolò Zuliani

"A tutti i marinai della "Stromboli", noi vietnamiti vi siamo molto riconoscenti. Se non ci foste venuti in aiuto, noi ora non saremmo probabilmente vivi. Vi pensiamo spesso, ora che siamo qui al sicuro e ricordiamo quanto buoni e gentili siete stati con noi. Il vostro ricordo rimarrà sempre nel nostro cuore e anche se non ci vediamo più, noi vi penseremo che con affetto, riconoscenza e nostalgia. Grazie ancora!"

Tutte le foto della fuga del salvataggio sino all'arrivo in Italia a Venezia


La carta fu inventata dagli eunuchi

Quando l'eunuco di corte cinese Ts'ai Lun pensò di fare la carta nel 105 d.C., passò alla storia come l'inventore di una delle più grandi conquiste in assoluto.

Fino ad allora, come supporto per la scrittura, i cinesi avevano utilizzato la seta, che però era un materiale estremamente costoso e molto fragile. Con la carta Ts'ai Lun, composta da fibre vegetali finemente tagliate, amalgamate con acqua e poi fatte seccare in fogli piatti mediante un'apposita cornice in legno, i cinesi improvvisamente disponevano di un materiale sottile, durevole e a basso costo. Si narra che Ts'ai Lun si era fermato sulle rive di uno stagno accanto ad una lavandaia che stava sciacquando nell'acqua alcuni panni. Le fibre dei panni di cottone sfilacciati che galleggiavano sull'acqua, formarono un velo che, una volta raccolto e seccato, presentava una certa consistenza morbida che diede a Ts'ai Lun la grande idea: quel foglio poteva ricevere la scrittura.

Poche decenni prima, sempre in Cina, c'erano già stati alcuni tentativi di produrre carta dalle fibre di canapa, ma Ts'ai Lun perfezionò la tecnica e fu il primo ad inventare un metodo di produzione di massa. Il nuovo materiale conquistò i cinesi che oltre che per la scrittura, lo utilizzarono per realizzare indumenti, insonorizzazione e coibentazioni.


Melita Petris una vita breve

Tra le più di quattrocento sparizioni o vittime della repressione titina c'e' anche la studentessa Melita Petris nata nel 1918, che a 27 anni trovò la morte per mano dei titini. Una storia poco conosciuta che a Cherso, dove era iniziata, se ne parlava molto poco, si bisbigliava, ciò era dovuto per la scarsità di notizie e di particolari. Questo stato di cose mi incuriosirono e mi interessai alla vicenda. Se si considera la conoscenza della famiglia in parti-colare del nonno che ha ricoperto anche l'incarico di Podestà di Cherso oltre ad altri incarichi, Comitato di Salute Pubblica, ecc. e l'ufficiale Nicolò Petris, da Plauno padre di Melita, che aveva ricoperto prima l'incarico nella Marina Austro-Ungherese K.u.K. kregsmarine, e dopo il 1941 fu integrato nella Marina Militare Italiana, non conoscendo il destino che lo aveva accompagnato. Cosi come le notizie su Melita erano scarse e contraddittorie, nè si conosceva la sua sorte, se non in maniera generica che venne condotta all'isola di Veglia. Queste erano le scarse notizie da cui partire, per una ricerca che si è svolta per gran parte, mediante raccolta di testimonianze. Circa sette anni fa ho dato avvio alla ricerca trovandomi nella circostanza di doverla sospendere. Infatti alcune testimonianze non volevano essere citate, altre volevano essere citate con le sole iniziali, non c'era nessun documento comprovante alcune minime certezze dei fatti accaduti in quel momento. Quindi la sospensione delle mie ricerche è stata un atto dovuto. Dopo qualche anno venni in possesso di altre informazioni per cui conclusi la mia ricerca che pubblicai nel libro "Oltre le Foibe" (ed. Alcione).

Nelle chiacchiere paesane c'era chi pensava che la sorte di Melita fosse legata all'accusa di collaborazionismo perché durante il periodo in cui Cherso passò sotto Adriatisches Küstenland fu chiamata a svolgere il ruolo di interprete, cosa alquanto strana perché i Chersini arruolati nella T.O.D., Servizio di Di- fesa Territoriali, operai Motoristi, Telefonisti e ulteriori interpreti non sono stati accusati di collaborazionismo. La madre che era di famiglia nobile, Baronessa von Hesfeld si recò a Veglia per conoscere le sorti dei figli, dal comandante dei partigiani titini le venne comunicato che i suoi figli erano stati condannati come "criminali di guerra". Era la classica accusa che i titini utilizzavano per far entrare nella normativa di esproprio dei beni, ed i fratelli erano i diretti eredi dell'isola di Plauno di proprietà della loro famiglia. Con diretto interessamento del figlio della signora Maria Baici nel 1971 venne attivato il Ministero del- la Difesa Commissariato Generale Onoranze ai Caduti di Guerra, che dette avvio alle ricerche delle salme uccise a Veglia e dopo un periodo di ricerche vennero trovate tre salme, due erano di donne ed una di un giovane maschio. Dopo brevi analisi queste sono state attribuite a quella di Melita Petris e di Maria Baici, la salma del giovane venne attribuita al fratello di Melita, Marco. Le salme vennero tumulate separatamente nel cimitero monumentale del Verano di Roma. Tali notizie mi consentirono di ultimare la mia ricerca. Tutto ciò, deve essere letto come un semplice ricordo di un evento dimenticato.  di Antoniop Zett